Created: Monday, 03 October 2005 15:22 | Rate this article
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Carla Fabiani, review of Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia, Recensioni filosofiche, October 03, 2005.

 

«D’altra parte, come diceva Arnaldo Momigliano, a non leggere non succede nulla» Livio Sichirollo.

È in libreria il volume che raccoglie le relazioni presentate alla Conferenza Internazionale Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia, svoltasi a Napoli dal 1 al 3 aprile del 2004.

I contributi ivi contenuti di diversi e illustri autori, nazionali e internazionali, hanno innanzitutto l’obiettivo di risvegliare l’interesse per l’opera di Marx, offrendo una sede di confronto alle più recenti interpretazioni dei suoi scritti e illustrare la ripresa della pubblicazione della Marx Engels Gesamtausgabe (MEGA2).

Insieme a ciò, restituire alla ricerca contemporanea un autore, – misconosciuto, volgarizzato, soprattutto poco letto anche dai marxisti – da considerare ormai un classico; tuttavia, prova ne è lo spessore tematico e critico degli interventi qui raccolti, non un classico asettico.

In altri termini, l’opera di Marx appare, pur nella sua imponente raccolta di scritti (la maggior parte pubblicati postumi) fondamentalmente incompiuta.
Sistemare l’opera di Marx, oggi, vuol dire innanzitutto interpretarne la lettera del testo (e quindi fare un lavoro filologico attento a distinguere, per es., in Das Kapital, ciò che è di Marx e ciò che è di Engels), vuol dire contestualizzare non solo il suo pensiero, ma proprio i suoi scritti, uno ad uno, sganciandolo così, definitivamente, da un’epoca, quella del socialismo reale, che, oltre che ormai passata, in effetti non sembra proprio appartenergli; non aiutandoci nemmeno a capire la complessità teorica del suo pensiero.

Ma, esiste un pensiero di Marx? Per questo autore, più che per altri, bisogna affermare – questo è l’indirizzo di ricerca inaugurato da questa raccolta – che il suo pensiero è inchiodato, per così dire, al testo scritto.
Leggere Marx, oggi, vuol dire perciò affrontare con pazienza i suoi testi, senza pretendere di ricavarne un sistema compiuto, una linea di sviluppo predeterminata (comprese le rotture epistemologiche del suo percorso; Marx giovane/Marx maturo; Marx comunista/Marx critico dell’economia, ecc.), o addirittura una Weltanschauung, un’indicazione per il futuro dell’umanità; piuttosto, dobbiamo riconoscergli il lavoro di critica radicale del suo presente. Kritik, d’altronde, è il termine che ritorna più di frequente nei titoli dei suoi scritti.

Eppure, dicevamo, Marx non è un classico asettico: “Credere di poter relegare il patrimonio teorico e politico di Marx ad un passato che non avrebbe più niente da dire ai conflitti odierni, di circoscriverlo alla funzione di classico mummificato con un interesse inoffensivo per l’oggi o di rinchiuderlo in specialisti meramente speculativi, si rivelerebbe impresa errata al pari di quella che lo ha trasformato nella sfinge del grigio socialismo reale del Novecento.” (dall’Introduzione, p.24).

La filologia, ancella insostituibile del lavoro del filosofo, qui prende in mano l’arma e, inaspettatamente, rovescia il campo: l’immersione nel testo di Marx non ci distoglie dalla nostra Gegenwart. Al contrario, la complessità del testo si adatta, quasi combaciando, alla complessità dell’età presente; sia per ciò che riguarda il giovane Marx, quello della critica a Hegel e poi dell’Ideologia tedesca, sia il Marx maturo, quello del Capitale, della critica dell’economia politica. Bisogna tuttavia fare attenzione a ciò: non si tratta dell’attribuzione di capacità profetiche all’autore, al suo pensiero o alle sue teorie. Qui si fa astrazione dalla soggettività dell’autore (la sua biografia, le sue intenzioni politiche, la sua personalità, ecc.) e si guarda esclusivamente all’oggetto, al testo scritto. È uno sforzo interpretativo e di lettura, una fatica del concetto, che, per es., con Aristotele viene quasi spontaneo esercitare. Con Marx, tutto questo finora non è accaduto (le ragioni potranno essere abbondantemente indagate, ma in altra sede).

Allora, vediamo meglio alcuni degli interventi, capaci, a nostro avviso, di gettare luce su questa sorta di insolito potere di adattamento del testo al contesto. Ne consideriamo solo tre, a fronte di un totale di ben 24 saggi, con note bibliografiche e riferimenti testuali all’opera marxiana.

Non prima, però, di aver richiamato l’attenzione del lettore sullo stile modernissimo del linguaggio marxiano, citando un passo tratto dal Discorso per l’anniversario del «People’s Paper» 1856 (nel Prologo, a p.11): «C’è un grande fatto caratteristico di questo nostro XIX secolo, un fatto che nessun partito osa negare. Da un lato sono nate forze industriali e scientifiche di cui nessuna epoca precedente della storia umana ebbe mai presentimento. Dall’altro esistono sintomi di decadenza che superano di gran lunga gli orrori registrati durante l’ultimo periodo dell’impero romano. Ai nostri giorni, ogni cosa appare gravida del suo contrario. Macchine, dotate del meraviglioso potere di ridurre e rendere più fruttuoso il lavoro umano, fanno morire l’uomo di fame e lo ammazzano di lavoro. Le nuove sorgenti della ricchezza sono trasformate, da uno strano e misterioso incantesimo, in sorgenti di miseria. [...] gli operai [...] sono l’invenzione dell’epoca moderna quanto lo sono le macchine stesse. Nei segni che confondono la classe media, l’aristocrazia ed i miseri profeti del regresso, riconosciamo il nostro vecchio amico Robin Goodfellow, la vecchia talpa che sa scavare la terra tanto rapidamente, il valoroso pioniere – la rivoluzione.»

È da segnalare innanzitutto il saggio di G. Hubmann – Classici incompiuti. Costellazioni filologico-editoriali in Marx e altri classici delle scienze sociali (pp.59-69) – perché descrive in sintesi e con efficacia l’attento lavoro decostruzionista (“philologic turn”) operato dalla rinnovata edizione dei testi di Marx. Citiamo due esempi: 1) l’ Ideologia tedesca non sarà pubblicata come opera compiuta, come invece finora è stato fatto, da cui consegue l’inaggirabile difficoltà di rintracciare in essa l’esposizione del cosiddetto materialismo storico, che la tradizione ha invece consacrato a teoria, ma che addirittura lo stesso Marx avrebbe di suo pugno limitato nella sua valenza esplicativa (vd. p. 64); 2) anche con Il capitale le cose cambiano in sostanza, poiché i reperti filologici utilizzati per la pubblicazione MEGA2 hanno permesso di individuare frammenti residui, che ne attestano una prima e differente stesura. Più che di una decostruzione, qui si tratta di una rivoluzione copernicana: bisognerà almeno prenderne atto.

«Non è detto, però, che l’intervento filologico sull’opera di Marx debba essere solo di natura decostruttiva […]» (p.62). Vengono pubblicati, infatti, oltre 200 articoli di Marx ed Engels scritti per il «New York Tribune» nel 1855, tra cui 21 nuovi lavori di cui finora non era stata riscontrata la paternità artistica; inoltre, la quarta sezione della MEGA2 , con i suoi 32 volumi, contiene materiale finora inedito. Pensiamo a quanto dell’attività giornalistica di Marx – dagli articoli sulle guerre dell’oppio in Cina a quelli su Napoleone III in Francia e le vicende del Credit Mobilier, l’intreccio politica-affari, diremmo oggi – sia presente nell’edizione corrente del III libro del Capitale (soprattutto nella IV e nella V sezione: a proposito del capitale commerciale, del credito, del capitale finanziario, il capitale produttivo d’interesse, ecc.); pensiamo perciò a quanto sia importante il controllo filologico comparato degli articoli e del Capitale.

Tutto ciò getta luce nuova sul modo di studiare “interdisciplinare, senza limiti di carattere economico” proprio di Marx: un lettore instancabile, che annotava e registrava (quasi) maniacalmente tutto quello che veniva rielaborando dalle sue letture.

Dulcis in fundo: il feticismo non è una metafora. Almeno non è utilizzato metaforicamente da Marx, a proposito del carattere di feticcio della merce e il suo arcano, ma è nozione che risulta da studi storico-religiosi condotti particolarmente su De Brosses (Über den Dienst der Fetischgötter). Parimenti, per “formazione sociale” dobbiamo rifarci alla geognosia, ovvero al concetto di formazione geologica in quanto “divenire della terra come un processo, come un’auto-creazione” (vd. p. 65). Tutto questo emerge con certezza dagli studi-appunti marxiani di geologia, oltre che dalla lettera a Vera Sassulitsch del 1881. Torna alla mente l’espressione “era capitalistica”, assai ricorrente nel Capitale, e che viene ad assumere ora il significato che le spetta: analoga a un’era geologica. Ma, insieme a ciò, abbondano gli studi di chimica, di fisiologia, ecc., tanto che si possono avanzare diverse e nuove ipotesi sull’effettivo uso marxiano di un solo paradigma metodologico.

Allora, è il caso di sottolineare, insieme a Hubmann, che la lettura di un classico non può avvenire all’insegna dell’ingenuità che si affida esclusivamente all’impatto comunicativo del testo. Leggere un testo classico è un lavoro che, avvalendosi della fatica filologica, deve avere tutta la pazienza di riconoscere l’orizzonte problematico che il testo può eventualmente aprire.

Indichiamo allora due possibili aperture o due possibili problemi aperti da Marx e approfonditi nella presente raccolta.

Il tema della democrazia è affrontato nelle pagine de Il Marx «democratico», di G. Cacciatore (pp.145-160).

Nel 1843 il giovane Marx redige uno scritto di critica al diritto pubblico hegeliano. Commenta analiticamente i §§261-313 dei Lineamenti di filosofia del diritto (1821) di Hegel.

Lasciando qui da parte le pur rilevanti questioni teoretiche del confronto Marx/Hegel, che cosa emerge di rilevante dal punto di vista politico in questo scritto, secondo la lettura di Cacciatore?

Da una parte Marx riconosce allo Stato moderno hegeliano la funzione (insostituibile) di connettere gli interessi particolari espressi in sede di società civile, e di connetterli effettivamente restituendo ad essi un luogo di comune realizzazione, che è l’interesse universale o del popolo, tramite la rappresentanza cetuale nell’assemblea legislativa e l’Io voglio del monarca; dall’altra, però, di rendere tendenzialmente autonomo il momento dell’universale dal particolare (la figura del monarca ereditario in cui solo risiede il potere sovrano; oppure la premoderna rappresentanza cetuale). In altri termini, lo Stato moderno hegeliano soffrirebbe di astrazione, ossia, in ultima analisi, di mancata rappresentanza (oltreché concreta rappresentazione) della realtà che lo istituisce. «Ciò che tuttavia emerge dai testi finora esaminati è un riferimento indiretto all’idea di democrazia che appare, per così dire, in filigrana rispetto ad una generale visione dello Stato come luogo di composizione e universalizzazione degli interessi particolari della società civile. È solo a partire dalla Kritik des Hegelschen Staatsrechts […] che Marx affronta direttamente il problema della democrazia. […] In questi testi marxiani è possibile individuare quel concetto ampio e universale di democrazia che è stato utilizzato proprio in non pochi segmenti della filosofia e dell’ideologia politica della sinistra post-marxista in una dimensione critica nei confronti di alcuni esiti teorici e storici del comunismo […] Marx, quando individua nella democrazia una reale possibilità di fusione tra la forma e il contenuto della costituzione politica pone un problema che […] è apparso e appare ancora oggi il vero nucleo problematico della democrazia, cioè l’inaggirabile rapporto tra la forma regolativa e giuridica e i contenuti cosiddetti sostanziali di emancipazione sociale e di uguaglianza.» (p. 147 e ss.) “Rendere plausibile la democrazia”, è di questo che le pagine marxiane, seppure in filigrana, stanno parlando. La democrazia «ampia e universale, quella piena realizzazione dei diritti umani (politici e sociali) capace ogni volta di fissare regole e procedure condivise per l’edificazione di un nuovo “contratto sociale” di cittadinanza e di civiltà, di emancipazione e di uguaglianza.» (p.157).

La critica all’astrattezza dello Stato moderno hegeliano, raffigura perciò, evidentemente, la matrice teorica di ogni possibile critica ai limiti interni al modello democratico-formale. Compreso il nostro, of course.

Con La scienza del Capitale come «circolo del presupposto-posto». Un confronto con il decostruzionismo di R. Finelli (pp.211-223), entriamo nelle pagine del Capitale di Marx, non considerandolo tuttavia un testo economicistico, ma di critica dell’epistemologia operante nelle maglie dell’economia politica classica del tempo e, ancor più, nelle maglie della filosofia dominante il nostro tempo. «Nell’ambito della filosofia continentale europea oggi svolge funzioni egemoniche il “decostruzionismo”, il quale, com’è noto, critica ogni narrazione che pretenda coerenza e sistematicità […] Appare evidente che gli studi e la ricerca su Marx non possono non confrontarsi con questo vertice egemonico di riduzione della realtà a linguaggio […] La mia esposizione è articolata in quattro tesi.» (p.211).

Nella prima tesi Finelli indaga la logica interna alla critica dell’economia politica in Das Kapital; la logica del presupposto-posto, di matrice hegeliana. Secondo tale logica, in sintesi, i processi di identificazione del soggetto con se stesso (il Geist, lo spirito), attraversano, contestualmente, un cammino duplice: di costruzione attraverso decostruzione del proprio Io. L’identità Io=Io è da porre come mero presupposto ossia da decostruire in quanto mero presupposto, attraverso una «pratica d’interiorizzazione, di un processo che dall’esterno va all’interno […]» (p.212) L’identificazione di sé con sé presuppone l’identità (l’IO), ma, per così dire, solo virtualmente (in sé); l’effettiva identificazione avviene su di un piano pratico, in cui la prima identità (quella virtuale) può andare anche a fondo.

La seconda tesi di Finelli concerne la nozione di astrazione reale. «La mia tesi è cioè che il Capitale di Marx è costruito sul modello del passaggio hegeliano dall’in sé al per sé, del passaggio cioè di un’astrazione, come quella del lavoro astratto, dal piano di un’astrazione solo mentale […] ad un’astrazione, come sostiene Marx nell’Introduzione del ’57, “praticamente vera”; ad un’astrazione cioè che non attiene più all’ambito della logica o delle ipotesi investigative della conoscenza ma a quello assai diverso della prassi, ossia della concreta attività posta in essere dal processo lavorativo di ogni individuo in quanto erogatore di forza lavoro sussunta, non in modo formale ma in modo reale, sotto il capitale.» (p.213)

La terza tesi mostra la profonda differenza, nonostante la profonda analogia, che intercorre fra la logica hegeliana e quella marxiana. In sostanza, «L’astrazione intellettualistica di Hegel è dunque cosa assai diversa dall’astrazione pratico-lavorativa di Marx. […] per Marx la connessione tra mondo dell’astratto e mondo del concreto si realizza, proprio perché il vettore di quel movimento è la caratteristica di un lavoro, generalizzato e di massa, che produce oggetti, merci, servizi concreti proprio attraverso la sua natura paradossale di lavoro astratto.» (p.218) L’astratto hegeliano non riesce ad attraversare, come invece riesce in Marx, il piano della pura e trasparente teoresi, in cui rimane in sostanza imprigionato, nonostante la forza dialettica del negativo.

In fine, la quarta tesi si occupa direttamente del postmoderno come svuotamento del concreto. «Così il postmoderno va interpretato […] come inveramento del moderno, nel senso di costituire il tempo storico della piena diffusione, fino alla globalizzazione, di un’economia fondata sulla ricchezza astratta. […] La giusta definizione di Frederic Jameson del postmoderno come la “logica culturale del tardo capitalismo” va dunque integrata con la messa in verità della teoria marxiana dell’astrazione reale» (p.222). Il lavoro astratto è inteso perciò come principio (presupposto) di un modo di produzione e riproduzione sociale che, solo alla fine del processo (posto), appare praticamente ‘destrutturato’ nella sua valenza qualitativa, svuotato di qualità, di relazione e di nessi intersoggettivi.

Allora, in conclusione, vediamo come la lettura dei testi di Marx possa, ancora oggi e forse proprio oggi, restituire un esempio pratico di libertà operante in campo filosofico: libertà di leggere e interpretare il testo in modo filologicamente corretto, senza che ciò impedisca ma anzi contribuisca a far emergere la complessità del contesto in cui il testo è inserito, insieme alla complessità del contesto in cui è a sua volta inserita la nostra impegnata e impegnativa lettura.