Created: Thursday, 17 January 2019 20:47 | Rate this article
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| Category: Reviews

Giampietro Berti, review of Karl Marx. Biografia intellettuale e politica 1857-1883, il giornale, 17 January 2019.

 

A volte purtroppo ritornano, la seconda carriera di Marx

Di fronte al fallimento catastrofico del comunismo persiste nell'area degli studiosi che si richiamano al marxismo l'incrollabile convinzione - la fede e la speranza sono le ultime a morire - secondo cui, all'originaria purezza benefica della dottrina elaborata da Marx, sarebbe seguita una prassi perversa che ha completamente stravolto il messaggio iniziale.

Rientra in questo orizzonte di pensiero Marcello Musto in Karl Marx. Biografia intellettuale e politica. 1857-1883 (Einaudi, pagg. 329, euro 30), per il quale è doveroso distinguere «la concezione di Marx da quelle dei regimi che, nel XX secolo, dichiarando di agire in suo nome, perpetrarono, invece, crimini ed efferatezze».

Giudizi, questi, del tutto infondati, qualora si parta dalla premessa che per ogni ideologia vale solo la sua concreta possibilità costitutiva, nel senso che i risultati che essa consegue sono sempre ciò che, in circostanze storiche date, gli umani possono ottenere entro quel determinato spazio ed entro quel determinato tempo: politico, sociale, economico e culturale. Invocando l'autenticità delle aspirazioni e la volontà degli intenti genuini, resta preclusa la capacità di dar conto del weberiano «paradosso delle conseguenze» o, se vogliamo, del paradigma di Mandeville: «effetti inintenzionali di azioni intenzionali». Musto, che peraltro ha ricostruito in modo eccellente e con grande acribia filologica l'intreccio in Marx fra pensiero e azione, non sembra invece interessato a questo aspetto decisivo della storia delle idee.

La possibilità costitutiva del comunismo è inevitabilmente statalistica, accentratrice, e implica l'idea della pianificazione economica. I concetti cardinali del collettivismo pianificatore - accentramento «di tutti gli strumenti di produzione nelle mani dello Stato», «regolazione del tempo di lavoro», «ripartizione pianificata», «distribuzione del lavoro sociale», «produzione regolata in anticipo compiuta socialmente secondo un piano», « una sola forza-lavoro sociale», «esatta proporzione delle differenti funzioni lavorative con i differenti bisogni», «legame fra la misura del tempo di lavoro sociale dedicato alla produzione di un articolo determinato ed estensione del bisogno sociale che tale articolo deve soddisfare», «contabilità relativa» - vale a dire i concetti che troveranno il loro logico sviluppo nel regime statocratico e concentrazionario del «socialismo reale», sono le inequivocabili indicazioni che si ritrovano a più riprese nei testi fondamentali del pensatore di Treviri: Manifesto del partito comunista, Il capitale, Teorie sul plusvalore, Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica, Critica del programma di Gotha.

La necessità della pianificazione economica è la logica conseguenza della natura stessa del comunismo, che pone come prioritaria per la sua realizzazione l'abolizione della proprietà privata e l'abolizione del mercato, duplice negazione che va imposta con una volontà politica rappresentata, per l'appunto, dalla pianificazione e dall'intervento dello Stato. E ciò perché la pianificazione - il momento volontaristico - deve portare dialetticamente a compimento il determinismo storico - vale a dire le oggettive «premesse socialiste» insite nel capitalismo -, il che è quanto dire che la dimensione politica deve inverare le chances di quella economica. La società comunista, infatti, non ha in sé la capacità autonoma di istituirsi da sola e quindi di realizzare liberamente i propri obiettivi. Questa strutturale insufficienza deriva dalla fantastica credenza che il lavoro sia, di per sé, sufficiente a produrre valore, per cui basta solo regolarlo. È certo che il lavoro produce valore, ma la sola erogazione del lavoro - del lavoro vivo, per usare i termini marxiani - non costituisce affatto la condizione esaustiva dello sviluppo economico e della successiva creazione della ricchezza (per settant'anni, nell'Unione Sovietica, è stata profusa una quantità incredibile di lavoro vivo, ma il solo risultato ottenuto è stato la miseria generalizzata).

Mentre nella società capitalistica la legge del valore-lavoro trova un ambito spontaneo nelle leggi del mercato, nella società socialista questa stessa legge, essendo privata del suo naturale sbocco mercantilistico, deve sottostare al persistere di un'azione cosciente volta a indirizzare e a piegare tutto l'economico a una visione politica predeterminata. La pianificazione rilancia, quindi, il giacobinismo, rendendolo del tutto necessario. Così Lenin: «il socialismo consiste nella distruzione dell'economia di mercato. Se rimane in vigore lo scambio, è persino ridicolo parlare di socialismo» (Stato e rivoluzione). La società va concepita come «un grande ufficio e una grande fabbrica», dove vi sarà «la sostituzione totale e definitiva del commercio con la distribuzione organizzata secondo un piano» (Dieci tesi sul potere sovietico), affinché lo Stato-Partito sia in grado di «tutto correggere, designare e costruire in base a un criterio unico» (Conferenza dell'istruzione politica), giungendo in tal modo alla «centralizzazione assoluta» (L'estremismo, malattia infantile del comunismo).

Quando Stalin e la classe dirigente sovietica ideavano e organizzavano i loro piani quinquennali, concepiti come forme sostitutive della logica mercantile, quali indicazioni seguivano, se non queste? C'è forse qualche matto che può sostenere che le direttive economiche staliniste del Gosplan erano desunte - che ne so? - dalla Ricchezza delle nazioni di Adam Smith, che fosse insomma quest'opera - o altre simili - il livre de chevet del dittatore georgiano? E d'altra parte, se si vuole abolire la proprietà privata e il mercato, quale altro sistema può esistere per regolare e gestire l'economia? Si istituisce così, per una necessità tutta interna al pensiero di Marx, quel completo rovesciamento delle parti tra l'economico e il politico che costituisce propriamente il codice genetico del totalitarismo comunista: il potere del denaro viene necessariamente sostituito dal potere statale, il senso della socialità determinata dalla libera e spontanea anomia del mercato si metamorfizza ineluttabilmente nella specifica produzione di senso elaborata dal partito.

Si sa: il marxismo è una pseudoscienza, precisamente è una gnosi travestita da scienza, che mantiene intatta la forza evocativa del profetismo. Ciò spiega l'auspicio di Musto: «molti dei partititi e dei regimi politici sorti nel nome di Marx hanno utilizzato il concetto di dittatura del proletariato in modo strumentale, snaturando il suo pensiero e allontanandosi dalla direzione da lui indicata. Ciò non vuol dire che non sia possibile provarci ancora».

Per carità, lasciamo stare, non è il caso.